La vite, per portare a maturazione i propri frutti, deve ricevere una certa quantità di "energia", al di sotto della quale l'annata non è considerata favorevole per il vino. Questa energia è data alla pianta dal calore del sole. I viticoltori, calcolando le ore di soleggiamento godute dalla pianta e la somma delle temperature medie giornaliere (si è valutato che ques'ultima somma per il periodo aprile-ottobre non debba essere inferiore a 3000 °C), possono anche sommariamente prevedere quale sarà la qualità del vino che verrà prodotto e a definire la sua attitudine all'invecchiamento. Si comprende quindi come l'andamento climatico e meteorologico possa influire molto sensibilmente sulla qualità della vendemmia e, conseguentemente, su quella del vino.
La vite, peraltro, necessita anche di un equilibrato apporto idrico. Una certa quantità di pioggia è perciò indispensabile alla pianta nel corso della maturazione dei frutti. Gli acini devono aumentare di volume grazie anche alla "fase liquida", e questo liquido la pianta deve avere la possibilità di trarlo dal terreno. Però, quando l'uva è matura e ha raggiunto pienamente il suo grado zuccherino, è vantaggioso il clima asciutto e soleggiato. In ogni caso, un eccesso di pioggia, e quindi di umidità, risulta sempre dannoso, specie se associato a temperature elevate. Il caldo umido provoca danni alla vite non solo perché favorisce lo sviluppo di parassiti, ma anche perché, aumentando a dismisura lo sviluppo del fogliame, fa sì che i grappoli d'uva siano meno nutriti e meno sottoposti all'irraggiamento solare.
In autunno, alla fine del ciclo vegetativo della vite, quando i grappoli sono già abbastanza maturi, possono verificarsi degli abbassamenti anche notevoli della temperatura. In questo periodo il freddo, normalmente, non danneggia l'uva, anzi in certi casi particolari può avere un benefico effetto. Un vero flagello per i vigneti è la grandine, ma per fortuna, al contrario di altre avversità atmosferiche quali, per esempio, la siccità, che può distruggere le colture di cereali in regioni vastissime, la grandine limita di solito i suoi danni ad aree molto ristrette, in cui però la distruzione può risultare integrale.
Le difese contro la grandine possono essere di tipo attivo o passivo. Le prime sono costituite dai noti razzi antigrandine, che hanno lo scopo di interrompere la formazione e l'ingrossamento dei chicchi. Per risultare efficaci devono essere sparati al momento giusto (la qual cosa comporta uno stato di vigilanza continua da parte degli addetti alle postazioni) ed esplodere tra le nuvole nel punto giusto, cioè dove effettivamente si sta formando la grandine. Verificandosi queste esigenze, non sempre questo tipo di difesa antigrandine raggiunge il suo scopo e praticamente è stato quasi del tutto abbandonato. Più efficace, ma sempre di difficile realizzazione, si è dimostrato il trattamento consistente nella diffusione nelle nubi di ioduro d'argento o di simili altri prodotti per mezzo di appositi aerei. La difesa passiva consiste nell'installazione di reti di nylon al di sopra dei filari di viti, reti che, naturalmente, devono essere a maglie piuttosto strette per proteggere efficacemente le viti dalla caduta dei chicchi di grandine. Ciò comporta una sia pur lieve diminuzione dell'insolazione preziosa per questa pianta. Le reti di nylon hanno una durata di circa dieci anni, ma in molti casi anche meno, e costano l'equivalente della produzione viticola di un anno; ciò significa che incidono grosso modo per il 10% sulla redditività di un vigneto. Per tutte queste ragioni, molti viticoltori preferiscono garantirsi contro la grandine mediante le assicurazioni, il cui premio viene a costare, in media, quanto la protezione fornita dalle reti protettive di lunga durata. L'unico inconveniente dell'assicurazione è che risarcisce i danni in riferimento al raccolto, ma non quelli eventualmente subiti dalla pianta, che possono influire negativamente anche sulle colture degli anni successivi.


